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| Secondo la Banca Mondiale nel 2005, più di 1,4 miliardi di persone hanno vissuto in condizioni di povertà estrema |
Per un curioso paradosso, l’evoluzione tecnologica e il progredire delle scienze non ha affatto risolto la domanda delle domande, quella che millenni or sono si ponevano i primi filosofi ed ancora oggi si configura di sorprendente attualità: «Chi è l’uomo?». Una domanda centrale ma mai molto impegnativa e che ha fatto per l’appunto constatare a Martin Heidegger (1889-1976) che mai, come oggi, l’uomo «ha assunto un aspetto così problematico». La riprova di questa difficoltà sta nella ricorrente tentazione di comprimere un valore prioritario e condiviso quale quello della dignità umana in modo che non tutti gli esseri umani ne siano ricompresi; tentazione che emerge in particolare nella mancata tutela dei bambini non ancora nati e dei malati ed anziani, le cui vite sono sempre più ritenute «non degne di essere vissute». Come uscire da questa situazione? Quale rimedio al pericoloso disorientamento che l’odierna mancata chiarezza sull’identità umana sta generando? Una via d’uscita può essere quella di affidarsi laicamente alla realtà. Proprio così: prescindere da qualsivoglia prospettiva filosofica ed ideologica ed osservare quanto ci dice la scienza. L
a quale se, da un lato, non dispone degli strumenti per rispondere al quesito filosofico su chi sia «l’uomo», d’altro lato è però in grado di indicarci un dato oggettivo e non contestabile: a partire dal concepimento, quando nell’ovulo femminile la penetrazione spermatica si è conclusa, siamo in presenza di un nuovo individuo umano. Un essere del tutto nuovo e distinto, unico ed irripetibile, provvisto di un suo Dna e della capacità – senza bisogno di alcun sussidio esterno – di crescere con continuo e stupefacente coordinamento del proprio sviluppo. Il punto rilevante è che tra lo zigote, la prima cellula, ed il bambino, il ragazzo, l’adulto e quindi l’anziano che da quella cellula deriveranno, non sussistono differenze che non siano meramente quantitative e dunque relative, a seconda dei casi, a processi di maturazione od invecchiamento. Ne consegue che se riteniamo importante il principio di eguaglianza, se cioè davvero crediamo che la dignità umana sia connaturata all’essere umano in quanto tale – senza differenze di sesso, di età o di appartenenza etnica – la domanda su chi sia «l’uomo» può trovare una risposta nella suggestiva evidenza di una presenza. Perché solo la presenza vitale - e non già le capacità o le qualità, che sono tratti sempre particolari e mai generali - ci conferma al di sopra di ogni dubbio l’esistenza di un’altra persona, di un fratello, uno di noi che merita, in quanto tale, di essere accolto ed amato.
