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| Una immagine ecografica fatta al settimo mese di gravidanza. |
Figlio. E’ questa la parola che ogni madre pronuncia nel profondo del proprio cuore quando una gravidanza inizia. E’ nel cuore di ogni madre la prova più vera ed autentica che il bambino concepito e non ancora nato è “uno di noi”. Sono le madri, queste madri d’Europa, che in un continente sopito e nel quale si vuole distogliere lo sguardo dal bambino non nato, si aprono alla speranza e sembrano ripetere a tutti la parola “figlio”.
Una parola questa che è ancora più forte quando leggiamo di storie come quella di Chiara Corbella, recentemente scomparsa per dare la vita al proprio bambino. Chiara ed Enrico avevano avuto una figlia, nata senza cervello ma accolta ed accompagnata fino alla morte naturale in trenta minuti sufficienti a battezzarla e circondarla d’affetto. Un secondo bambino, con una malformazione agli arti inferiori diagnosticata in fase pre-natale, e poi una nuova terribile diagnosi. Anche questa volta Chiara ed Enrico hanno accolto ed amato quel figlio, accompagnandolo fino alla morte. Poi il terzo bambino, questa volta sano. Ma al quinto mese i medici diagnosticano a Chiara un carcinoma alla lingua in fase avanzata e le propongono di abortire iniziando da subito la chemioterapia. Chiara rifiuta, rinviando le cure dopo il parto, pur sapendo che poteva essere troppo tardi.
Chiara ha dato la vita per il suo Francesco.
Tante sono le storie del genere, tante le storie, talvolta non raccontate, di madri che donano la vita per salvare la vita del bambino che portano in grembo. Maria Cristina Cella Mocellin, Tonia Accardo, Rita Fedrizzi, sono solo i nomi di alcune madri che hanno scelto di offrire la loro vita per salvare quella del figlio che portavano in grembo.
Di loro diciamo che sono state eroiche e certo nessuno direbbe di loro che sono state delle pazze, delle stupide. Pazze o stupide, perché così si dovrebbe dire se avessero sacrificato la loro vita per una cosa, per un “grumo di cellule”. E invece di loro tutti diciamo che sono eroiche, perché hanno sacrificato la loro esistenza per un figlio, un figlio che aveva lo stesso valore di altri figli già nati, una persona. Diremmo con Cicerone: “Ciò che sempre, ciò che da tutti, ciò che ovunque è stato creduto, questo è vero.”
Sono dunque queste mamme la testimonianza più autentica e credibile che il bambino concepito e non ancora nato è “uno di noi”.
